Friedrich W.J. Schelling

Friedrich W.J. Schelling (1775-1854) si presenta precocissimo sulla scena della grande filosofia tedesca nella sua età aurea, vale a dire nel periodo compreso tra Kant e Nietzsche. Lo sviluppo del suo pensiero è assai complesso e oggetto tuttora di vivaci discussioni critiche.
Diviene inizialmente noto e largamente imitato come “filosofo della natura”, in contrapposizione cioè alla tendenza – evidente nel pensiero di Fichte – a indirizzare la ricerca filosofica quasi esclusivamente al fenomeno della soggettività, fosse questa empirica o trascendentale, per usare il linguaggio dell’epoca. Passato questo primo periodo di grande notorietà, e in coincidenza con l’ascesa dell’astro filosofico hegeliano nonché dell’idea filosofica di “sistema”, Schelling sperimenta una crisi stilistica, di pensiero e personale, dalla quale si riprende, per così dire, soltanto molti anni dopo, allorché inizia a scrivere quella che i manuali ricordano come la filosofia “positiva”. Lo scopo di questa nuova stagione del suo pensiero è proprio quello di contrapporsi alla filosofia “negativa” di derivazione hegeliana.
Testimonianza di quella crisi, e al contempo accenno di rinascita, è Clara, vero e proprio esperimento filosofico e linguistico, composto molto probabilmente intorno al 1810. Schelling, che sembra avesse dato ordine ai suoi esecutori testamentari di distruggerlo, vi persegue con delicatezza ma anche ossessivamente una riflessione sull’invisibile che lo porta vicino alle tematiche dalle quali, come spiega Giampiero Moretti nella sua Premessa all’edizione italiana del volume, sarebbe successivamente scaturita la vena balzachiana di Séraphita, indicando con ciò un “ponte” spirituale tra Germania e Francia a tutt’oggi estremamente nascosto e inosservato.