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Una favola senza tempo capace di raccontare il presente
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La polizia l’ha trovata di notte, in una strada piena di negozi, con un secchio in mano. Lei dice di avere quattordici anni, ma non ricorda come si chiama, dove vive o chi siano i suoi genitori. Nell’istituto a cui viene affidata, i compagni dapprima la ignorano, poi ne fanno oggetto di spietate attenzioni, spinti dalla sua muta acquiescenza ed estrema remissività, ma soprattutto dal suo eccezionale aspetto fisico. La bambina, infatti, è enorme. E sembra siano proprio queste forme sproporzionate rispetto all’età a custodire la memoria del suo enigmatico passato. Con questa magistrale variazione sul tema classico della sospensione del tempo, Jenny Erpenbeck ci consegna una fiaba dalle atmosfere screziate di perturbante che solo gradualmente rivela la sua natura allegorica, tenendo in ostaggio il lettore fino allo straordinario epilogo.
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Con un sentimento simile alla paura inizio a scrivere la breve storia di una lunga e grande paura. Questa paura non ha niente in comune con i tanti e diversi timori e terrori che riempiono gli uomini nella loro lotta per la sopravvivenza e nella gara per assicurarsi la ricchezza, una vita migliore, una posizione, la gloria e il primato, per conseguire, mantenere e incrementare quanto conquistato. Si tratta di un’altra paura, di quella paura, difficilmente spiegabile, degli innocenti esseri umani di fronte ai fenomeni di questo mondo. Si tratta della paura infantile, che – a seconda di come sia stato il primo contatto di un bambino con la società e le sue leggi – negli anni successivi, con lo sviluppo intellettivo e una corretta educazione, svanisce, oppure, al contrario, gli rimane dentro, cresce assieme a lui, gli riempie, gli schiaccia e gli distrugge l’anima, avvelena la sua vita come una malattia nascosta e un pesante fardello. Si tratta di quegli episodi minimi, invisibili ma fatali, che non di rado spezzano le anime di quei piccoli uomini che chiamiamo bambini, e che gli adulti, assorti nelle loro preoccupazioni, hanno già superato facilmente o non hanno affatto notato.
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Mi chiamo Dzelal Pljevljak. Da trentacinque anni lavoro nel personale civile dell’esercito. Sono un uomo debole e teso. Tre volte ho incontrato delle persone che hanno fatto di me un uomo un po’ più sereno. Al primo, Musadik Karamujić, generale di Tito, non ho impedito di alzare la mano contro se stesso e di commettere in quel modo un grande peccato nei confronti del Creatore. Il secondo, Haris efendija Masud, che mi ha insegnato a quale porta bussare quando mi trovo in difficoltà, l’ho perduto come se mi fossi svegliato da un sogno. E il terzo, Osman Fatumić e la sua famiglia, ho paura che li perderò, perché ogni cosa che faccio la sbaglio. È destino e volontà di Dio che nella vita io debba passare da una tristezza all’altra, facendo di tutto per dimenticare la prima, di cui non parlo, la più grande, quella che non piangerò mai abbastanza…
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EMANUELA ZANDONAI EDITORE Srl - socio unico - via del Garda, 32 - 38068 Rovereto (TN)
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