Bora Ćosić

Bora Ćosić (1932) è uno dei più noti scrittori della ex Jugoslavia. Nasce a Zagabria e nel 1937 si trasferisce con la famiglia a Belgrado, dove più tardi intraprenderà gli studi di filosofia. Nei primi anni cinquanta collabora con diverse riviste letterarie, si dedica alla traduzione di alcuni autori classici della letteratura russa, tra cui Majakovskij e Chlebnikov, ma soprattutto diventa, giovanissimo, una delle personalità di spicco della vita culturale belgradese. Come sottolinea Nicole Janigro, «Ćosić appartiene a un milieu urbano e cosmopolita, borghese (nel significato tedesco di bürgerlich), che fra gli slavi del Sud ha rappresentato sempre una minoranza elitaria, per diventare poi una specie in via d’estinzione con la “vittoria” del comunismo». Già nel suo primo romanzo Kuća lopova [La casa dei ladri, 1956], un’analisi surreale della situazione sociale jugoslava, mette in luce quelle che diventeranno presto le caratteristiche inconfondibili della sua narrativa, del tutto inconsuete in quegli anni: dissacrante ironia, rappresentazione parodistica del potere e di ogni retorica trionfalistica, verve comica e al tempo stesso una raffinata poetica che lo collocano tra i protagonisti dell’avanguardia letteraria belgradese e nella black list dei cosiddetti “commissari letterari” della Jugoslavia socialista. Nel disgelo culturale anni sessanta Ćosić scrive i suoi due più celebri romanzi, che costituiscono due episodi della stessa, beffarda epopea familiare, e l’esordio di quel work in progress che sarà da lì in poi la sua produzione in prosa: Il libro dei mestieri (1966) e Il ruolo della mia famiglia nella rivoluzione mondiale (1969), entrambi pubblicati inizialmente in edizioni autofinanziate. Stessi personaggi, stessa ambientazione, stesso contesto storico, stessa irresistibile comicità – quasi una sit-com in salsa balcanica – i due testi riscuoteranno uno straordinario successo di pubblico e saranno tradotti in varie lingue, fino a diventare veri e propri romanzi cult della letteratura jugoslava. Successivamente affianca a una ricca produzione narrativa un’altrettanto nutrita pubblicazione di saggi, nei quali si misura – in forma di divagazioni e dialoghi a distanza in cui la lettura psicoanalitica diventa parte integrante – con i grandi della letteratura mitteleuropea: Svevo, Joyce, Musil, Lukács e soprattutto Miroslav Krleža. Robert Musil sarà, tra l’altro, il protagonista del romanzo Musilov notes [Il taccuino di Musil, 1989], ambientato a Trieste alla vigilia del crollo dell’Impero asburgico, ma che rimanda in un sapiente gioco metaforico alla Belgrado degli anni ottanta e all’imminente frantumazione della Jugoslavia.
Scrittore caustico per eccellenza, intellettuale anticonformista e déraciné, malvisto dalle autorità ma amatissimo dai suoi lettori, è sempre stato un autentico “apolide dello spirito”, come testimonia il suo Dnevnik apatrida [Diario di un senza patria, 1993], scritto durante le guerre jugoslave. Nel 1992, in seguito al collasso del proprio Paese e in aperta opposizione al regime di Milošević, si trasferisce prima in Istria, nella casa estiva di Rovigno, e poi a Berlino, città nella quale vive tuttora in una sorta di “asilio-esilio” e a cui ha dedicato un’intensa raccolta di poesie dal titolo I morti (2006).


Opere in italiano
Il ruolo della mia famiglia nella rivoluzione mondiale, a cura di N. Janigro, e/o, Roma 1996
I morti. Berlino delle mie poesie, a cura di S. Ferrari, Mesogea, Messina 2006

Il libro dei mestieri, Zandonai, Rovereto 2011